Evandro Agazzi e il realismo in medicina

Per un approccio che guardi all’‘intera realtà della malattia’

22 febbraio 2017 - Cosa vuole dire essere medici ‘realisti’? Lo ha spiegato il prof. Evandro Agazzi, direttore del Centro Interdisciplinario de Bioética de la Universidad Panamericana di Città del Messico, in un seminario a cui hanno partecipato studenti e docenti della Facoltà di Medicina UCBM.

“Significa dare tutto il credito necessario alle conoscenze, rappresentazioni e interpretazioni, nonché ai risultati e ai metodi delle scienze biomediche – ha detto –, ma allo stesso tempo rendersi conto che questo non permette di conoscere e trattare l’intera realtà della malattia”.

Realtà e conoscenza

È a un ‘realismo filosofico’ quello a cui si è riferito Agazzi nel suo discorso: non “quell’atteggiamento mentale che rifiuta le idealità in nome della concretezza” come inteso nel linguaggio corrente, piuttosto “quella posizione che ritiene la realtà come qualcosa che ha un’esistenza indipendente dalla nostra conoscenza e che, pertanto, non si riduce a un cumulo di rappresentazioni e interpretazioni”.  Un problema che storicamente ha dato luogo a dispute senza fine ma che per il docente trova una possibile soluzione “se ci si rende conto che si incontra la realtà non solo conoscendola ma anche operando, e che la conoscenza stessa non è un processo puramente psichico e intellettuale, bensì qualcosa che implica in modo unitario il conoscere e il fare dell’uomo”.

Per Agazzi si tratta di un discorso particolarmente valido in medicina: “la malattia infatti non è un complesso astratto di sintomi e disfunzioni ma è una condizione umana, il vissuto esistenziale di un essere umano e, addirittura, di più esseri umani (ossia del paziente, dei suoi familiari e di quanti altri lo ‘attendono’)”.

Coltivare le scienze umane per affinare gusto e sensibilità

Ne consegue che “l’autentico atteggiamento realista in medicina implica l’attenzione a tutti questi aspetti, ciascuno dei quali viene preso a sua volta in considerazione da discipline o tipi di accostamento differenziati e parziali, ma deve integrarsi con la preoccupazione di considerare la totalità della situazione in gioco”. Il filosofo ha parlato quindi di “quell’unità irripetibile del singolo paziente con il suo stato di sofferenza e vulnerabilità insieme a quanto riguarda anche le altre persone implicate”.

Per questo è indispensabile che nella formazione e nella cultura del medico trovi posto anche una dimestichezza con la filosofia, la religione, l’arte e, in generale, con tutto ciò che educa il gusto e la sensibilità, per cogliere davvero la complessa realtà della malattia”, ha concluso.