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GIOVANNI PAOLO II: SORRISO E SOFFERENZA PDF Stampa

Le riflessioni e le testimonianze di Joaquin Navarro-Valls, le parole di Mons. Slawomir Oder, Postulatore della Causa di Beatificazione, gli interventi del Prof. Francesco D'Agostino e della Dott.ssa Daniela Tartaglini nel Convegno organizzato dal Campus Bio-Medico

 

 

convegno.jpg"Il nostro vuole essere l’omaggio del mondo accademico e intellettuale a un Papa che fu egli stesso un grande intellettuale e un docente universitario e che ci ha testimoniato una perfetta unità di cultura, fede e vita". Così il Prof. Paolo Arullani, Presidente dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, ha introdotto il Convegno "Curare la malattia, dare senso al dolore: vita e magistero di Giovanni Paolo II", tenutosi ieri sera all'Auditorium Parco della Musica di Roma.

 

Al centro la vita e gli insegnamenti di Karol Wojtyla, riletti con un'attenzione particolare al tema della sofferenza, che divenne particolarmente visibile negli ultimi anni del Pontificato. Ma Navarro-Valls ha anche precisato: "Alle volte le commemorazioni sui media hanno enfatizzato un ipotetico spartiacque tra un prima e un dopo nella vita di Giovanni Paolo II, mostrando una cesura netta, provocata appunto dagli eventi dolorosi: al Papa energico e vigoroso, sensibile alla giustizia sociale e ai grandi problemi del mondo, sarebbe subentrato poi un Pontefice fragile e malato, incline ormai a meditare solo sui temi esistenziali, sulla sofferenza e la morte. Posso affermare che una tale considerazione è sbagliata". In realtà, ancora bambino il piccolo Karol perde la madre e il fratello, mentre non aveva mai conosciuto la sorella, morta prima che lui nascesse. Eventi tragici, consumatisi per di più nel contesto di una Polonia già caduta sotto l’occupazione nazista. Navarro-Valls ricorda un colloquio personale avuto con il Santo Padre: "Parlando con lui del giorno in cui era stato ordinato sacerdote, nel 1946 sotto l'occupazione sovietica, gli avevo chiesto chi l'avesse accompagnato in quell'occasione. 'A quell'età - mi disse - avevo già perso tutte le persone che avrei potuto amare'. Ma in lui quest'espressione non era un lamento, piuttosto era una constatazione di fatto."

 

Fatti che hanno contraddistinto la vita e il pontificato di Wojtyla non solo attraverso il dolore personale, come ha ricordato Mons. Oder, bensì anche quello di persone che gli stavano accanto. "Nei passaggi più importanti della sua vita - ha sottolineato il Postulatore della Causa di Beatificazione - c'è sempre anche la sofferenza di qualcuno a lui vicino". Così il grave incidente ferroviario del Cardinale Marian Jaworski, in occasione della nomina di Wojtyla a Cardinale di Cracovia, mentre era in viaggio per sostituire quest'ultimo in alcuni impegni universitari. E di nuovo Mons. Deskur, colpito da ictus in occasione della nomina di Wojtyla al soglio pontificio. "Giovanni Paolo II era consapevole - ha affermato Mons. Oder - del debito di grazia che gli veniva dalla sofferenza vicaria di persone che il Signore gli metteva accanto nel suo cammino".

 

In questa consapevolezza si ritrova anche la grande attenzione di Giovanni Paolo II per i malati, che fin dall'inizio del Pontificato chiese di avere in prima fila negli incontri pubblici. E quando - racconta Navarro-Valls - nel corso di un viaggio, un suo collaboratore con discrezione gli fece notare che si stava accumulando un significativo ritardo sul programma perché indugiava a parlare con ogni malato, lui gli rispose: “Con chi soffre non si deve mai avere fretta".

 

"Un Papa immune da qualsiasi rischio di 'dolorismo' - ha comunque tenuto a precisare l'ex portavoce della Santa Sede - Lui non credeva nel diritto a non soffrire. Ma nemmeno nel dovere di soffrire. Piuttosto come spirito oggettivo quale egli era, capiva che per l'essere umano la sofferenza è semplicemente inevitabile. E chi pensa di poter scoprire nella natura umana il diritto a non soffrire, si inganna".

 

Sull'inganno di una modernità impegnata a eliminare dall'esperienza umana non solo il dolore inutile, ma in assoluto ogni esperienza della sofferenza, si è soffermato l'intervento del Prof. Francesco D'Agostino, Professore Ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Roma Tor Vergata e Presidente onorario del Comitato nazionale per la bioetica: "Il progetto della modernità appare inconcludente: la desacralizzazione del dolore non ne comporta la sconfitta, né tanto meno la scomparsa, esattamente come la desacralizzazione della morte non ci garantisce alcuna vittoria nei suoi confronti. Qui non è propriamente in gioco una visione religiosa della vita. L'espressione 'vita desacralizzata' va piuttosto riferita a quello svuotamento di senso che è un tragico contrassegno della modernità".

 

"È possibile dedicare la vita a curare i malati ed essere felici?" è l'interrogativo da cui è partito l'intervento di Daniela Tartaglini, Direttrice Infermieristica del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico. La sua risposta è affidata a frammenti di vita quotidiana, come Carmen, infermiera di terapia intensiva: "Il mio modo per renderlo possibile è apprendere da ogni paziente ad essere forte, ad amare, ad affrontare la vita con serenità, a dare la giusta importanza alle cose vere". E poi il racconto, riportato, di un'infermiera del day-hosptal oncologico: "Un giorno un paziente mi disse che non ce la faceva più, che non sopportava di guardarsi allo specchio e non essere più quello di prima. Gli parlai di Giovanni Paolo II, anche se mi aveva sempre detto di essere ateo, e gli ho raccontato di quante folle aveva mosso il Papa anche senza voce, con una tracheotomia e immobilizzato su una sedia a rotelle. Lui mi guardava, come per dirmi che non sapeva tutte queste cose. Ho saputo che prima di morire si è riavvicinato a Dio".

 

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