Ricerca condotta dall’Area di Neurologia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma dimostra che i fenomeni di neuroplasticità maschile potrebbero essere più efficaci negli ictus più gravi, quelli femminili funzionano meglio in caso di lesioni meno estese


Roma, 29 gennaio 2016 – La differenza tra il cervello femminile e quello maschile è un tema antico e controverso. Recentemente, nuove tecniche in mano agli scienziati hanno permesso di mettere in evidenza, in soggetti sani, alcune differenze che sembrano essere legate al sesso. Uno studio dell’Area di Neurologia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, in corso di pubblicazione sulla rivista Frontiers in Neuroscience, ha dimostrato una diversa risposta del cervello maschile e di quello femminile in seguito a un ictus e ha portato ad ipotizzare che queste differenze possano avere un’influenza sui processi di recupero.

Quando l’ictus colpisce uno dei due emisferi del cervello compare frequentemente una paralisi nella metà opposta del corpo, o un disturbo del linguaggio. Nelle fasi immediatamente successive, si osservano alcuni cambiamenti che interessano sia le aree cerebrali vicine a quella colpita da ictus che quelle lontane, in alcuni casi persino quelle localizzate nell’emisfero cerebrale opposto rispetto a quello colpito: si tratta della cosiddetta ‘neuroplasticità’, ovvero quelle modificazioni funzionali che spesso aiutano a ottenere un recupero più o meno completo delle funzioni neurologiche perse a causa dell’ictus, ma che, in condizioni particolari, possono interferire con il recupero.
 
Utilizzando tecniche di stimolazione cerebrale non invasiva, in particolare la stimolazione magnetica transcranica – ha spiegato il Prof. Vincenzo Di Lazzaro, Direttore della Neurologia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – abbiamo scoperto che il cervello maschile e quello femminile reagiscono in modo diverso in seguito a un ictus. Nella donna prevalgono i cambiamenti localizzati nelle zone del cervello più vicine alla lesione; nell’uomo, invece, la riorganizzazione è più evidente lontano dalla sede dell'ictus: questo implica che nei due sessi possano avvenire processi di recupero delle funzioni perse profondamente diversi”.
 
Nessuna delle due modalità è in assoluto superiore all’altra nel favorire il recupero, ma la differenza potrebbe farla proprio l’estensione del danno cerebrale. I fenomeni di plasticità maschile potrebbero aumentare le chance di recupero nelle grandi lesioni cerebrali, la neuroplasticità femminile sarebbe, al contrario, più efficiente in caso di ictus meno esteso. Questo spiegherebbe, almeno in parte, le differenze tra maschi e femmine nelle capacità di recupero da ictus: differenze note da molto tempo, che tuttavia, fino ad oggi, nessuno era mai stato in grado di spiegare associandovi possibili cause.
 
Questi aspetti – aggiunge Di Lazzaro – potranno essere meglio definiti in ulteriori studi. Già ora, comunque, la conoscenza più approfondita dell’influenza del sesso del paziente nel recupero dall’ictus potrà essere di aiuto nell’individuazione e ottimizzazione dei trattamenti neuroriabilitativi.