“Professionalità, sacrificio, gioco di squadra e… una bistecca da un chilo e 300 a settimana: ecco come mi mantengo al top”

Intervista a Sergio Parisse, capitano della Nazionale Italiana di Rugby e testimonial della campagna 5x1000 di UCBM

Il fisico statuario incute, inevitabilmente, un sano timore reverenziale: un metro e 96 centimetri per 110 chili di salute e potenza lo impongono. Il sorriso, però, è di quelli rassicuranti. Di chi sa bene che cosa significa essere il Capitano della Nazionale italiana di rugby. L’incontro con Sergio Parisse, dietro le quinte dello shooting per la Campagna del 5X1000 dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, è l’occasione per conoscere meglio un campione che ha dato tanto al mondo del rugby, ma che moltissimo ha ancora da dare. E non solo all’universo della palla ovale.

Sei tra i giocatori con più presenze nella Nazionale italiana in uno degli sport più agonistici: come si fa a raggiungere un traguardo come questo?
Ci vuole sicuramente tantissimo impegno, costanza negli allenamenti e determinazione. Personalmente, essendomi dedicato in tutti questi anni solo ed esclusivamente al rugby, ho cercato di fare massima attenzione, sia in allenamento che nelle fasi di recupero, ai dettagli che fanno la differenza e che ti consentono di essere al 100%. Ho sempre fatto tutte le cose in modo da essere in grado di dare il massimo in campo. Come si giocano tutte queste partite? Ci vuole serietà, professionalità e anche un pizzico di fortuna, perché uno sport come il nostro ci rende soggetti più di altri a infortuni.

È uno sport che impone dei sacrifici, quindi…
Quando parliamo di sacrifici, bisogna ovviamente mettere la parola nel contesto: la qualità di vita di chi pratica questo sport a determinati livelli è importante: bisogna fare attenzione a che cosa si mangia, essere attenti all’idratazione. Con l’acqua, però, non con l’alcool…anche se, magari, nel terzo tempo un bicchiere di vino o una birra ci stanno sempre bene… Ma sacrificio vuol dire anche essere disposti a sostenere tante ore di allenamento e altrettante ore dopo l’allenamento in cui devi concentrarti sul recupero, sui massaggi, sul sonno, per più di otto ore a sera. E quindi non puoi più uscire e fare tardi con gli amici, altrimenti non si recupera la fatica per la partita. Ma si tratta pur sempre di ‘sacrifici’ tra virgolette.

Se ti guardi indietro, qual è il ricordo per te più importante e significativo?
Grazie a Dio, ho avuto molti momenti belli, di cui conserverò con me il ricordo per la vita. Ma il momento per me sicuramente più importante è stato l’esordio in Nazionale, nel 2002: avevo 18 anni, è stata un’emozione fortissima. Tra l’altro, giocavamo contro gli All Blacks in Nuova Zelanda, contro i miti di qualsiasi ragazzino appassionato di palla ovale. E in quella partita giocò Jonah Lomu, un esempio intramontabile del nostro sport (scomparso lo scorso 18 novembre, ndr). Ricordo che ero molto teso. Per me era tutta una novità: l’atmosfera negli spogliatoi, cantare l’inno, tra l’altro in uno stadio con 45mila spettatori. Un’emozione che fino a quel giorno non avevo ancora vissuto. Ma poi sono riuscito a gestire le emozioni abbastanza bene. Ho pensato: quando l’arbitro fischia l’inizio, in fondo, è una partita di rugby come le altre. Anche se, forse, non lo era….

Che cosa significa per te 'giocare di squadra'?
È molto semplice: nel rubgy le individualità sono pure importanti, ma solo se uno mette le proprie qualità individuali al servizio del collettivo, perché nessuno vince le partite di rugby da solo. C’è bisogno dell’aiuto di tutti i compagni. E questo sport è quello in cui ‘fare squadra’ è fondamentale per eccellenza. Come nella vita, perché, in fondo, è lo stesso principio: tante volte si hanno le capacità e le abilità per svolgere bene un certo tipo di lavoro o rapportarsi con le persone in un certo modo, ma poi c’è sempre bisogno di qualcuno che ci dia una mano, siano i genitori, le sorelle, i fratelli, le mogli o i figli. Abbiamo bisogno di persone importanti nella nostra vita per andare avanti. Certo, uno può anche risolvere molte cose da solo, grazie alla propria personalità e al modo di fare, ma non si fa fortuna senza il sostegno degli altri. Un po’ come per chi si ritrova a giocare su un campo di rugby.

Ci sono dei valori che il rugby ti ha dato e che, altrimenti, difficilmente avresti fatto tuoi?
Personalmente ho avuto la fortuna di avere due genitori che, fin da piccolo, mi hanno dato valori come il rispetto e l’educazione. Il rugby, però, mi ha insegnato che gli obiettivi che uno sogna si possono raggiungere solo attraverso il sacrificio fisico e mentale. E in più, ho imparato anche ad essere orgoglioso e ho capito quanto conti il senso di appartenenza a un club, a una maglia, a una nazionale. Valori che difficilmente sarei riuscito ad avere se non fossi entrato in questo mondo: il rugby ti mette davanti a situazioni di difficoltà e ti fa capire quanto conti rinunciare a qualcosa per poi avere le soddisfazioni da sempre desiderate. Mi ha fatto capire che nessuno ti regala niente, che ci vuole tanto impegno per raggiungere la méta. E che le cose, in fondo, te le gusti di più se le ottieni dopo aver lavorato sodo e lottato al massimo.

Il rapporto con il tuo fisico: come lo vivi adesso, rispetto a 10 anni fa?
Il rugby è cambiato moltissimo da 10 anni a questa parte. Ad oggi è fondamentale avere una forma fisica ottimale. Tanti elementi che dieci anni fa trascuravo, come il recupero, il fatto di dormire bene ed essere attento all’alimentazione e di curare i dettagli del mio corpo, oggi non posso più eluderli. D’altra parte, da ragazzino, dopo ogni partita di rugby recuperavo più velocemente, il lunedì dopo la partita ero già fresco e pronto per quella successiva. Oggi, a 32 anni, sicuramente impiego un po’ di più a smaltire le tossine…ecco perché per me è sempre più importante avere cura del mio fisico. Peraltro, giocare tantissime partite e prendere tutte le botte che ho preso io nel corso del tempo mi costringe a stare sempre più attento ai fattori esterni. Quelli che poi mi consentiranno di essere in campo al 100%.

Qual è il tuo rapporto con gli anni che passano?
Molto positivo: con il tempo ho acquisito tanta esperienza e ho dietro le spalle innumerevoli situazioni di stress, emozioni, partite vinte o perse. Quindi, vivo e approccio in modo molto più pacato e sereno le sfide importanti rispetto a qualche anno fa. Certo, l’adrenalina, la voglia e l’emozione sono sempre forti, nonostante il passare degli anni, ma il fattore esperienza mi consente di gestire le situazioni con più tranquillità. Dopo aver vissuto tanti pre o post-partita, magari per una finale o una semifinale, oggi riesco a gestire meglio le mie energie mentali. Quando si è più giovani, mentalmente si spende tantissimo già solo al pensiero della performance da fare.

È vero che il venerdì dei pre-partita hai un appuntamento fisso con una bistecca? Quanto è grande?
La bistecca è sempre oltre 1 kg e 300 grammi…è un’abitudine che ormai ho preso a casa, vado dal mio macellaio di fiducia a Parigi e devo dire che non potrei più farne a meno.

Come vedi i tuoi prossimi impegni con la Nazionale? Sei ottimista?
Il prossimo appuntamento è difficilissimo, perché il Sei Nazioni è sempre un torneo difficile. Come ogni anno, però, bisogna affrontarlo con il massimo dell’entusiasmo e della volontà. Con tanti giovani ragazzi approdati all’interno del gruppo, speriamo di poter regalare qualche bella sorpresa agli italiani….

Sergio Parisse tra 30 anni…come sarà?
Spero di star bene fisicamente e, soprattutto, di essere ancora pienamente in salute. Certo, non potrò più essere un giocatore di rugby, ma mi auguro di rimanere comunque in quest’ambito, perché è la mia grande passione da sempre. Magari da allenatore: sento di poter trasmettere tutte le mie conoscenze e le mie esperienze ai giocatori più giovani che vorranno intraprendere questa carriera.

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