Giornata mondiale dell’infermiere, la storia di Silvia in Kosovo

La settimana di volontariato in una delle regioni più povere d’Europa

12 maggio 2017 - Silvia Manocchio ha 26 anni, si è laureata nel 2013 in Infermieristica all’Università Campus Bio-Medico di Roma dove attualmente lavora, all'interno del Policlinico Universitario. Oggi è anche la sua festa, nella Giornata Mondiale dell’Infermiere, celebrata in tutto il mondo in occasione dell’anniversario della nascita di Florence Nightingale, considerata la fondatrice di una professione che “trova il suo significato più autentico nel servizio all’uomo”.

Un lavoro che con Silvia è uscito dalle corsie del Policlinico portandola in Kosovo, nell’autunno del 2016, nella casa di accoglienza di Leskoc. Terra di missione per la Caritas dell’Umbria dalla fine degli anni ’90, dove i volontari hanno contribuito alla ricostruzione di centinaia di case distrutte dalla guerra, la zona rurale a pochi chilometri da Pristina è ancora oggi poverissima.

“Parliamo di un mondo inimmaginabile per noi – racconta Silvia. La sanità non esiste. I bambini nascono e crescono in condizioni igieniche pessime, in case senza acqua ed elettricità. Le famiglie sono molto numerose a causa dell’esistenza di sussidi statali erogati sulla base del numero di figli che spingono a procreare, senza bastare però alla sussistenza”. L’infermiera parla di un’alta percentuale di bambini nati con ritardi cognitivi e motori e della necessità dei genitori di lasciarli in casa da soli per recarsi a cercare lavoro. “Per proteggerli li immobilizzano legandoli con i propri vestiti per molte ore. Situazione peggiorata dal fatto che vengono usate delle buste di plastica al posto dei pannolini”.  Per questo, una delle attività in cui Silvia si è potuta rendere utile è stata proprio la medicazione delle piaghe, con il poco materiale a disposizione, e il lavaggio delle ferite.

Dal centro che accoglie circa 20 bambini orfani – la casa di Leskoc è il ‘nuovo’ campo base della Caritas inaugurato nel 2014 -, i volontari si recano spesso in visita nelle famiglie del territorio della cittadina di Klina. Con l’aiuto di una traduttrice, Silvia ha portato assistenza sanitaria di base e incontrato diversi bambini diabetici o adulti che soffrono di ipertensione arteriosa. “Ho potuto fare molto poco – ha detto – come spiegare quali sono i medicinali corretti da assumere e sensibilizzare a un migliore stile di vita che escluda, ad esempio, il fumo”. Il resto del tempo l’ha speso con i bambini orfani della casa in cui quotidianamente viene fatto un lavoro educativo attraverso laboratori e attività ludiche.

Cosa Silvia porta a casa dal Kosovo potrebbero dirlo gli occhi grandi con cui riafferra il ricordo di quei giorni: “Quest’esperienza è stata un regalo per me. Mi ha permesso di capire il valore di ciò che mi circonda. Pensiamo troppo a star bene con noi stessi, nel nostro piccolo mondo, ma appena fuori da questo c’è una possibilità di prenderci cura degli altri che ci aspetta”. Per Silvia è cambiato anche l’aspetto umano del proprio lavoro: “Già la nostra professione ci porta ad avere rispetto e cura del dolore altrui. Oggi lo faccio con una consapevolezza ancora più profonda”.