Dalle Facoltà dipartimentali di Medicina e Ingegneria le esperienze di punta nell’ambito dell’Ingegneria di Processo, dell’Oncologia e della Biochimica

17 maggio 2017 - Un finanziamento di  quasi 2 milioni di euro con un bando interno da 500 mila euro, più un 1 milione di euro per l’acquisto di core facilities nell’ambito della genetica medica e 425 mila euro destinati all’internazionalizzazione. Sono i numeri che parlano dell’investimento dell’Università Campus Bio-Medico di Roma nella ricerca scientifica. A spiegarli è il Direttore Generale dell’Università, Paolo Sormani, nella Giornata della Ricerca 2017. Un evento dedicato ai grandi temi dell’innovazione e della tecnologia e che è stato anche l’occasione, come da tradizione, per fare il punto sullo stato dell’arte della ricerca nell’Ateneo.

La ricerca universitaria in tre progetti

A corroborare il bilancio dell’anno passato, i cui risultati scientifici sono riassunti nell’Annuario della Ricerca 2016 presentato dal Prorettore alla Ricerca prof. Eugenio Guglielmelli, è stato il racconto delle esperienze di ricerca delle due Facoltà Dipartimentali di Medicina e Ingegneria.

Nello specifico, si è partiti dall’Ingegneria di Processo con Marcello De Falco, docente di Dinamica e controllo dei processi chimici, e protagonista di due lavori il cui obiettivo fondamentale, proprio dell’Ingegneria Chimica per lo Sviluppo Sostenibile, è il miglioramento della produzione industriale con una riduzione dell’impatto negativo sul pianeta (guarda il video). Il primo progetto riguarda infatti un innovativo processo in grado di trasformare l'anidride carbonica, il principale gas ad effetto serra, in Dimetil Etere, un combustibile che può essere aggiunto al diesel per autotrazione. Il secondo progetto consiste invece nella realizzazione di un dispositivo di stoccaggio applicabile a sistemi di aria condizionata per consentire un risparmio energetico pari al 20-30%. Un lavoro che è valso inoltre al docente UCBM il premio “first paper” all’interno dell’ICMSET 2016 - International Conference on Material Science and Engineering Technology, svoltasi a Phuket, in Thailandia, dal 14 al 16 ottobre dello scorso anno.

Pubblicazioni scientifiche su riviste di rilievo

Dall’ingegneria si è passati quindi a temi strettamente medici con l'Unità di Ricerca di Oncologia Medica (guarda il video), diretta dal prof. Giuseppe Tonini. Al tavolo dei relatori, il prof. Daniele Santini, Ordinario di Oncologia, ha riferito sugli studi relativi al dolore nei tumori ossei. Evidenze che hanno permesso di orientare la pratica clinica direttamente alla somministrazione di oppioidi più forti in dosi minori, saltando la seconda fase del percorso terapeutico in cui venivano invece somministrati farmaci più leggeri ma in quantità maggiori. Sempre sulle metastasi ossee si basa la ricerca traslazionale dell’équipe, volta a studiare il microambiente – la cosidetta ‘nicchia’ - in cui le cellule tumorali ossee proliferano, nonché l’interazione tra i diversi tipi di cellule residenti nell’osso. Sono numerosi i lavori svolti su diversi tipi di tumore e che hanno portato a sette pubblicazioni su riviste scientifiche come il New England Journal of Medicine e Oncotarget.

Infine, il prof. Mauro Maccarrone, Ordinario di Biochimica, ha illustrato i risultati di uno studio portato avanti con l’Harvard Medical School e la Fondazione Santa Lucia Iccrs. Un lavoro pubblicato su Science Translational Medicine riguardante le resolvine (guarda il video), quelle molecole che regolano la fase conclusiva di un processo infiammatorio acuto, riparando i tessuti danneggiati e ripristinando quindi lo stato di buona salute dell’organismo. L’ipotesi – confermata dalle analisi su modelli di laboratorio - è stata quella di verificare la possibile efficacia delle resolvine anche nel correggere quei processi immunitari difettosi che portano ad uno stato infiammatorio cronico e perfino all’autoaggressione dei propri tessuti, come nel caso di malattie infiammatorie croniche o autoimmuni. Ora, infatti, la sperimentazione sta proseguendo su campioni ematici di pazienti affetti da sclerosi multipla, con l’obiettivo di passare ai test su tre soggetti umani e di arrivare in tre anni allo sviluppo di un nuovo protocollo terapeutico.