In Camerun per formare i medici locali

L'esperienza sul campo nel piccolo ospedale di GalaGala

5 dicembre 2017 - Due settimane di workcamp in Camerun, ospiti nel piccolo ospedale delle Suore della carità di S. Giovanna Antida. Era formata da un docente, uno specializzando, un anestesista e un infermiere la squadra UCBM che dal 17 al 30 aprile scorso ha donato il proprio know how al centro sanitario e, al tempo stesso, "imparato un modo di fare medicina con risorse limitate, competenza importante". Un'esperienza che, a distanza di mesi, è stata raccontata nel workshop dedicato alla chirurgia tropicale sabato 2 dicembre, all'Università Campus Bio-Medico di Roma.  
 
Il prof. Marco Caricato, lo specializzando Luca Improta, l'anestesista Ferdinando Longo e l'infermiere Fabrizio Burgio sono stati accolti a circa 800 chilometri da Yaoundè, la capitale, presso l'ospedale SJAT di GalaGala. Un centro nuovo, inaugurato nell'aprile 2016 e "attrezzato meglio di quanto si possa in genere trovare in Africa". Un ospedale con un blocco operatorio funzionante, due ginecologi e un infermiere di anestesia. Una piccola équipe che tuttavia ha saputo lavorare insieme a quella italiana con grande passione.
 
Il racconto del team UCBM comincia purtroppo con la morte di Sylvie, giovane donna per la cui vita tanto è stato fatto presso il piccolo ospedale, ma invano: "La riportiamo in stanza, dai suoi cari, la guardiamo spegnersi. Il morale è a terra, la rabbia tanta e la sofferenza dei familiari è lacerante. A cena, tutti insieme si riflette su come riuscire a cambiare qualcosa. Il lavoro appare immenso, i mezzi miseri, ma la forza di chi è qui da sempre riesce a riaccendere una speranza. Un passo alla volta si andrà avanti e si crescerà".
 
Una crescita che, nei giorni successivi, è passata ad esempio attraverso "la riorganizzazione razionale della montagna di ferri chirurgici abbandonati negli armadi ad ossidarsi, mentre noi cercavamo il modo di applicare le linee guida sulla buona pratica clinica in sala in questo contesto così diverso dal nostro".
 
Sono le parole di suor Maria Grazia, direttore generale dell'ospedale, a spiegare le difficoltà che quotidianamente incontra per far quadrare il bilancio di una struttura che dovrebbe erogare prestazioni totalmente a carico di pazienti che spesso non hanno i mezzi per saldare il conto: "Qui le cure non vengono negate a nessuno ed aiuti e donazioni sono ancora fondamentali per mantenere attivo l'ospedale nell'attesa che, con il crescere dell'affluenza e delle prestazioni, possa raggiungere l'indipendenza economica". Continuano i partecipanti al workcamp: "I mezzi tecnici sono poveri e la preparazione del personale non potrà mai essere sufficiente a coprire i bisogni della struttura; i fondi a disposizione non bastano per superare questi ostacoli. Abbiamo discusso molto di come aiutare questa realtà e siamo arrivati alla conclusione che l'unica soluzione possibile per costruire qualcosa di duraturo sarebbe stato garantire mezzi e formazione costanti, senza avere fretta di raccoglierne i frutti".
 
Per questo, nelle due settimane di permanenza in Camerun, non sono mancanti consigli di tecnica chirurgica, approfondimenti sull'uso del defibrillatore, spiegazioni, presentazioni rivolte al personale locale. Concludono i partecipanti: "Al termine di questa esperienza, il direttore ci ha ringraziato e chiesto di tornare, di non abbandonare il progetto, per proseguire insieme questo percorso. È' stato un arrivederci tra amici. Gli sguardi e i sorrisi di questa gente ci sono entrati nel cuore, l'impegno di chi ogni giorno è lì a combattere ci dà la forza: questo progetto deve andare avanti e, nonostante tutte le difficoltà, il tempo, l'impegno e la fatica che ci vorranno, sappiamo che anche questo piccolo ospedale dimenticato nella polvere rossa può e deve diventare grande per le persone di Ngaoundal".