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Ricercatore UCBM tra i top young scientists d'Europa

Il dott. Di Pino ha vinto il prestigioso bando europeo ERC-Starting Grant

28 ottobre 2015 – Un giovane ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma è tra i top young scientists d'Europa. Il dott. Giovanni Di Pino, delle Unità di ricerca di Neurologia, neurofisiologia e neurobiologia e di Robotica biomedica e biomicrosistemi, ha infatti vinto il prestigioso bando ERC-Starting Grant, uno dei più competitivi a livello europeo, finanziato dall'European Research Council. Il suo progetto, intitolato RESHAPE (REstoring the Self with embodiable HAnd ProsthEs), ha convinto gli oltre trenta top scientists - tra i quali alcuni Nobel - che a Bruxelles hanno valutato le quasi 3mila application inviate. "Il bando ERC-Starting Grant - spiega il Rettore, Andrea Onetti Muda - vede vincitore solo il 3,8% di tutte le proposte italiane, e il 10% di quelle presentate a livello europeo. I pochi ricercatori che riescono a raggiungere questo risultato sono considerati tra i top young scientists d’Europa".

Un risultato che è il culmine di una storia accademica e personale decisamente particolare. Un progetto che, come osserva il Rettore, "è pienamente rappresentativo della nostra identità interdisciplinare e centrata sul paziente". Spiega infatti il dott. Di Pino: “Il mio progetto ERC mischia Neuroscienze, Ingegneria Biomedica e Clinica Neurologica assieme alla concezione del disegno scientifico che parte dai veri bisogni del paziente: tutte cose che ho imparato al Campus, Università cui sono approdato a 17 anni. Col Campus sono cresciuto; tra cadute e risalite qui mi sono laureato, dottorato e specializzato". Ma andiamo con ordine.

Nato nel '79, Giovanni è uno dei primi laureati in Medicina e chirurgia dell'Università Campus Bio-Medico di Roma, Ateneo nel quale era entrato a far parte del laboratorio di Neuroscienze. Poi, dopo il titolo accademico, il grave incidente che l’ha costretto a rimanere "fuori uso" per un anno intero. Fino al giorno in cui alcuni professori dell'UCBM "sono venuti a cercarmi a casa. In quel periodo - ricorda il giovane - avevo continuato a studiare, scoprendo che le interfacce neurali potevano costituire una possibilità per il mio problema. Così mi sono detto: perché non fare un dottorato in Ingegneria biomedica proprio su questo tema?" Argomenti che, ascoltando il ricercatore, non sembrano avere quella complessità che l'ha invece portato prima a "rinchiudersi" per quattro anni nel laboratorio del prof. Eugenio Guglielmelli, poi a intraprendere il percorso di specializzazione in Neurologia, "perché mi serviva l'altro braccio, quello clinico, per lavorare su questi temi".

RESHAPE, il progetto finanziato dall'European Research Council, coniuga proprio questi due saperi, con un obiettivo molto chiaro: permettere agli amputati di avere una mano percepita come propria. Una protesi (dal greco, artefatto, qualcosa di esterno) che sia quindi in realtà un'endotesi (qualcosa che faccia parte del corpo), permettendo così all'amputato di non sentirsi più tale.

Un'idea che sicuramente fa parte del più ampio cammino di ricerca dell'Ateneo, da anni impegnato sul fronte delle protesi soprattutto attraverso i progetti PPR2 e LifeHand. Un obiettivo, quello del dott. Di Pino, che tuttavia supera qualsiasi passo finora compiuto in questo campo, poiché sposta il punto di osservazione. "Il problema - spiega infatti il giovane ricercatore - è che le protesi di oggi sono il frutto dell'evoluzione della robotica industriale. Secondo me al contrario è importante chiedersi se l'amputato ha la possibilità di considerarle come parte integrante del proprio corpo, e la risposta è no: le protesi oggi rimangono un corpo estraneo. E' un po' come fare una macchina che va alla velocità del suono, ma risulta inutilizzabile. Il mio desiderio è allora quello di concepire una protesi con cui il soggetto non debba suonarci il piano, ma sentirsi completo durante una serata di gala. E questo è possibile solo partendo dalle sensazioni e dai processi cerebrali umani".

Il dott. Di Pino, come da bando, ha ora cinque anni di tempo per raggiungere quest'obiettivo assieme al proprio staff. Un gruppo di ricerca che interagirà strettamente anche con l'ing. Domenico Formica, ricercatore dell’Unità di Robotica biomedica e biomicrosistemi dell'UCBM. Anche un suo progetto è stato giudicato positivamente dall'European Research Council, ma non è purtroppo stato finanziato per esaurimento della dotazione disponibile.