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Siria, a UCBM il racconto del medico di Aleppo

L'emergenza quotidiana nell'ospedale che accoglie vittime di bombardamenti ed esplosioni

28 novembre 2016 - “Avrei voluto parlarvi del paradiso di Aleppo ma sono costretto a raccontarvi una parte della verità”. Inizia così la dura testimonianza del medico Emile Katti, direttore dell’ospedale ‘Al Rajaa – La speranza’ di Aleppo. “Viviamo in una città con 10.000 anni di storia – racconta - ma oggi Aleppo è devastata, divisa tra la zona Est, sotto il controllo di Al Qaeda che non permette ai civili di uscire attraverso i corridoi umanitari, e la parte Ovest dove vivono sia i cristiani sia i musulmani moderati”.

Emile Katti è un chirurgo ortopedico, lavora da 26 anni in Siria dove, insieme ad alcuni religiosi francescani, ha fondato l’ospedale che oggi conta 65 posti letto e la cui équipe – ci tiene a sottolineare – “è composta da operatori di confessione cristiana e musulmana, rappresentanti di tutto il mosaico etnico e sociale siriano”. È un racconto costellato di immagini quello che il medico rivolge a studenti, ricercatori e docenti del Corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, all’interno del convegno del 28 novembre dedicato alle popolazioni fragili.

Sono immagini dure, che entrano nello specifico degli interventi di emergenza compiuti quotidianamente nell’ospedale di Aleppo, alternate a quelle della devastazione della guerra. “I mass media parlano solo di Aleppo Est”, commenta Katti mentre mostra le foto della cattedrale siro-cattolica, distrutta dalle bombe giunte proprio da Aleppo Est, oppure del missile di tre metri, fortunatamente non esploso, lanciato dai ribelli di Al Qaeda contro il convento delle suore carmelitane di clausura. Una carrellata che non tralascia la foto-simbolo del dramma dei migranti, quella di Aylan, bimbo siriano trovato morto sulla costa turca, a ricordare come spesso si “fugga dalla morte per morire ‘di nuovo’”.

Poi un’immagine che ritrae morti e feriti in strada a causa di un’esplosione: “La gente si è abituata a raccogliere pezzi di carne umana nei sacchi di plastica prima che arrivino i vigili del fuoco per ripulire le strade e far ripartire la circolazione”. È da questo che fuggono i migranti che giungono sulle nostre coste, cerca di spiegare il medico quando ammette “che non si è sicuri nemmeno in casa a causa dei missili e delle bombe”. Ancora alcune foto: Mirna, 35 anni e madre di due bambini, impiegata dell’Università di Aleppo che all’uscita dal lavoro ha perso la vita a causa di un missile, seguita da due studenti universitari e quindi due ragazze armene morte nella piccola attività commerciale del padre. “Sono fatti reali, di gente con un nome e un cognome, gente che soffre”, continua Emile Katti.

D’altronde, nell’ospedale di Aleppo l’emergenza è continua. La speranza, che dà il nome alla struttura, si intravede nella storia di 8 bambini salvati da un’operazione per estrarre dai loro corpi le schegge metalliche di un missile. Dall’esito positivo è anche il rischioso tentativo – per i medici e la paziente - di asportare una bomba dal ginocchio di una donna di 33 anni. Si lavora in situazioni di urgenza tra la vita e la morte in cui spesso sono bambini i protagonisti di disperati salvataggi da parte degli operatori.

“Malgrado la guerra, lo stress dell’urgenza e la mancanza di mezzi non abbiamo trascurato le patologie croniche – racconta il medico di Aleppo. Si può morire ugualmente per assenza di cure, come per un bambino affetto da cifoscoliosi congenita che abbiamo operato perché stava per soffocare. Veniva da una famiglia poverissima, ultimo di dodici figli. Lo stesso abbiamo fatto con un neonato affetto da meningocele”.

“Il nostro lavoro è un’opera di pace perché cerchiamo di salvare tutti, senza distinzioni”. È cruciale per Katti la questione della coesistenza pacifica: “ripeto sempre ai miei studenti che tutti gli uomini hanno la stessa anatomia”. Ma è la “pace preventiva” quella che invoca il medico, “la soluzione politica che deve essere presa dalle potenze coinvolte perché i siriani non sono felici di scappare”.