È il Dr. Giovanni Di Pino. La sua idea, che promette di rivoluzionare le attuali strategie di ricerca nello sviluppo di protesi di mano per amputati, ha vinto il prestigioso bando europeo ERC-Starting Grant


Roma, 5 novembre 2015 – Un giovane ricercatore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma è tra i top young scientists d’Europa: si chiama Giovanni Di Pino, ha 36 anni e il suo progetto di ricerca RESHAPE è tra quelli selezionati dagli oltre trenta grandi scienziati – tra cui alcuni Premi Nobel – che fanno parte della Commissione dell’European Research Council.
 
Gli esperti di Bruxelles lo hanno scelto tra le quasi 3mila applications inviate per il bando ERC-Starting Grant, uno dei più competitivi a livello europeo, che riceve finanziamenti fino a un ammontare pari a 1,5 milioni di euro. "Un concorso – spiega Andrea Onetti Muda, Rettore dell’Università Campus Bio-Medico di Roma – che vede vincitore appena il 3,8% di tutte le proposte italiane e il 10% di quelle presentate a livello europeo”. Peraltro, secondo i dati dell’European Research Council, lo scorso anno solo un terzo dei giovani ricercatori italiani vincitori dello Starting Grant, che attribuisce i fondi direttamente al principal investigator e non all’ente scientifico, è poi rimasto in Italia a condurre le proprie ricerche (9 su 28).
 
Il progetto RESHAPE (REstoring the Self with embodiable HAnd ProsthesEs) nasce dall’ascolto delle necessità di soggetti amputati di arto superiore ed è focalizzato su una nuova concezione nello sviluppo di protesi a controllo neurale, che parte dalle esigenze del paziente e non dallo sviluppo tecnologico e ingegneristico della protesi. Questo al fine di consentire un ‘salto di qualità’ nel comfort con cui gli amputati ‘sentono’ la mano artificiale, per farla percepire loro come propria. È ancora un'idea progettuale, ma se Di Pino e il suo team di ricerca saranno in grado di realizzarla con successo entro i prossimi cinque anni, come previsto dal bando, il risultato supererebbe i pur tanti passi in avanti finora compiuti nel settore, perché verrebbe spostato il punto da cui si affronta il problema: dalla costruzione di protesi frutto dell’evoluzione della robotica industriale, alla progettazione di dispositivi pensati a partire dalle sensazioni e dai processi cerebrali umani.
 
A questo scopo, il progetto si prefigge di utilizzare tutte le più recenti conoscenze neurofisiologiche per investigare i processi cerebrali che portano il cervello umano a concepire un oggetto esterno come ‘integrato’ nel nostro corpo: dai siti nervosi da stimolare per suscitare particolari sensazioni motorie dell’arto superiore, alle caratteristiche che possono trasformare una protesi bio-meccatronica dal punto di vista bioelettrico e biomeccanico in una mano umana, fino alle qualità degli impulsi neurali che consentono, in modo controllato, di convincere il cervello di un amputato che il corpo ha di nuovo la mano mancante.
 
Fuori del comune, oltre al progetto, è pure la storia accademica e personale di Di Pino. Dopo la Laurea in Medicina e Chirurgia, infatti, ha subito un grave incidente che ne ha compromesso la mobilità. Il neo-medico ha comunque continuato gli studi a casa, scoprendo il mondo delle interfacce neurali, i sistemi di comunicazione che consentono di ‘collegare’ direttamente il sistema nervoso umano con un’apparecchiatura digitale esterna. Convinto dai docenti del Campus Bio-Medico a tornare in Università, ha prima conseguito il Dottorato di Ricerca in Bioingegneria, per poi intraprendere il percorso di specializzazione in Neurologia, grazie al quale ha approfondito anche il lato medico-clinico applicato a questi temi di ricerca. Un ‘cervello’ italiano che ha saputo raccogliere la sfida di legare bioingegneria e medicina per costruire i presupposti scientifici con cui provare a dare nuova speranza a tante persone amputate. E che ha scelto di farlo restando nel nostro Paese.