Magnifiche Rettrici e Magnifici Rettori,
Autorità civili, religiose e militari,
Care colleghe e cari colleghi del corpo docente e del
personale tecnico amministrativo,
Carissime studentesse e carissimi studenti,
Illustri ospiti

Desidero porgere a tutti il mio più cordiale benvenuto e ringraziarvi per la vostra presenza all'Inaugurazione dell'Anno Accademico 2025-2026 dell'Università Campus Bio-Medico di Roma.

Sento dire che uno dei più grandi imprenditori informatici del pianeta, l'americano (di origine tedesca) Peter Thiel, ha lanciato un'iniziativa per convincere i giovani di talento ad abbandonare gli studi universitari, finanziando una loro prematura immissione nel mondo del lavoro, e addirittura accompagnandoli nella creazione di nuove imprese. La Thiel Fellowship è destinata a giovani di 22 anni o meno e offre loro 200.000 dollari nell'arco di due anni, oltre a mentorship e risorse, a condizione che abbandonino gli studi universitari per dedicarsi a ricerca scientifica, startup o movimenti sociali. Ogni anno vengono selezionati circa 15 fellows.

Le dichiarazioni di Thiel sull'Università sono state esplicite e provocatorie, definendola «svuotata dei suoi contenuti e corrotta».

Il messaggio che vorrei lanciare è semplice: oggi, INVECE, l'Università è più importante, forte e necessaria che mai, come
luogo di formazione e trasmissione dei saperi,
spazio di crescita civile,
progetto umano integrale,
comunità di valori.

Certo, viviamo in un periodo di profonde trasformazioni: tutti i paradigmi e le logiche che hanno tenuto insieme le nostre comunità sembrano venire meno.

La trasformazione tecnologica è diventata una rivoluzione permanente: il ciclo dell'obsolescenza e della sostituzione, che un tempo si misurava in anni, oggi è vorticoso.

L'era dell'intelligenza artificiale è appena all'inizio, e già ci interroga sulle conseguenze sociali, culturali e soprattutto etiche, di sistemi che assomiglieranno sempre più a una coscienza autonoma.

E, a proposito di certezze che vengono meno, la guerra di larga scala è tornata con prepotenza in Europa, con un impatto devastante e luttuoso per milioni di persone inermi. La credevamo un relitto del passato; oggi vediamo che nessun Paese, nessuna architettura di sicurezza e nessuno di noi è davvero al riparo da questa orribile evenienza.

Certo, questi anni dolorosi sono anche estremamente interessanti: parliamo di vita nello spazio e quindi di medicina spaziale; cominciamo a leggere le chiavi della vita nella mappatura genomica; c’è chi immagina di prolungare le aspettative di vita ben oltre il secolo.

È tornato il dibattito tra «apocalittici» e «integrati», come li chiamava Umberto Eco: chi, irresponsabilmente, attacca la scienza e i suoi fondamenti come se fossero il Male assoluto; e chi, all'opposto, pensa che ormai l'Homo Scientificus possa tutto, fino all'Immortalità.

E a questo punto chiediamoci: che cosa ci fa un organismo medievale, con più di otto secoli di storia come l'Università, in un contesto come quello che abbiamo descritto?

E dunque, che significato ha un rituale antico e ricorrente che tutti conosciamo e pratichiamo fin da studenti, come questa odierna inaugurazione dell'Anno Accademico?

Oggi, da Rettore del Campus, ho il dovere di iniziare con voi una riflessione.

Dobbiamo avere il coraggio di dire con chiarezza cosa siamo, cosa vogliamo essere, e cosa non saremo mai disposti a smettere di essere.

Non possiamo accontentarci di formule generiche.

Userò quindi alcune parole chiave.

Servizio. Triplice, inscindibile

Servizio agli studenti, prima di tutto. Non soltanto per soddisfare la loro sete di sapere, di competenze e di titoli ma per rispondere al bisogno di esperienze umane autentiche, all'incontro con modelli di vita. E questo non avviene nei manuali: avviene nei corridoi, nelle aule, nei laboratori, nei rapporti tra docenti e studenti, nell'esempio che si trasmette - spesso senza nemmeno accorgersene - da una generazione all'altra.

Secondo servizio: al sapere. L'Università ha un compito che nessun'altra istituzione può pienamente sostituire: garantire che la conoscenza avanzi secondo i parametri che le sono propri – rigore, verifica, confronto, pubblicità e confrontabilità dei risultati e critica aperta.

L'Università deve collaborare con le imprese, ma se rinuncia alla riflessione per inseguire il profitto immediato, smette di essere Università e diventa altro. E questo "altro" impoverisce tutti, incluse le stesse imprese.

E arriviamo al terzo servizio: quello ai valori fondamentali. Ed è qui che voglio introdurre un concetto che mi sta particolarmente a cuore: quello dei nostri «valori non negoziabili».

Margaret Thatcher, comunque la si giudichi politicamente — fu una donna capace di trasformare radicalmente la propria immagine pubblica per diventare ciò che la Storia ha

ricordato: la Lady di Ferro, appunto. Cambiò postura, rese più grave la sua voce, modificò acconciatura e abbigliamento, ma non rinunciò mai — mai — al suo filo di perle al collo.

Quando qualcuno glielo faceva notare, lei rispondeva con semplicità disarmante: «È un dono di mio marito. E sarà con me sempre».

Ecco cosa sono i «non negoziabili»: i nostri – i vostri – fili di perle.

Quelle cose che porti con te sempre, che ti ricordano chi sei e da dove vieni, che ti tengono ancorato anche quando tutto intorno si trasforma.

Sui valori fondativi che ci hanno generato e che continuano a guidarci ogni giorno non si negozia: si cresce, ci si confronta, si amplia lo sguardo. Ma non li si dimentica e non li si mette tra parentesi.

I «non negoziabili» non vivono nel vuoto: hanno bisogno di un metodo. E questo ci porta alla seconda parola chiave.

Multidisciplinarità

Multidisciplinarità non significa fare tutto, o inseguire ogni moda intellettuale.

Chi prova a fare tutto, finisce per non fare niente bene.

Multidisciplinarità significa che chi si forma qui per diventare professionista dell'Area biomedica studia tutto l'essere umano. Studia il dolore, la speranza, la fragilità, la resilienza. Studia la relazione tra chi cura e chi è curato, tra la diagnosi e la persona che quella diagnosi deve ricevere e portare con sé.

E lo stesso vale per chi lavora sull'ingegneria. Algoritmi capaci di leggere una risonanza meglio di un occhio umano stanco. Protesi che rispondono al pensiero. Dispositivi che prolungano e migliorano vite. Ma ogni volta che uno studente si trova davanti a queste meraviglie, deve chiedersi: a cosa serve? Di chi migliora la vita, e in che misura? Perché lo faccio — per quale ragione profonda, non solo per quale incentivo economico o accademico.

Multidisciplinarità vuol dire integrare diverse discipline attorno a un'unica domanda di senso, che tiene insieme rigore e compassione, tecnica e significato, eccellenza e responsabilità.

Qualche esempio concreto.

Quest'anno introduciamo la laurea magistrale in Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie.

Abbiamo potenziato il curriculum della laurea in Scienze della Nutrizione – in coerenza con la nostra visione: il principio di «One Health» — la salute come fenomeno unitario, inscindibile, che abbraccia la persona nella sua interezza, nell'arco della sua intera vita, nel contesto in cui vive, lavora, si nutre, si muove, invecchia.

One Health significa che non esiste la salute dell'individuo separata dalla salute della comunità.

Ma c'è qualcosa di ancora più profondo: ogni disciplina non vive accanto alle altre — vive dentro le altre, e le arricchisce.

Pensate al fisioterapista e al chirurgo ortopedico. Il loro dialogo deve iniziare nella progettazione dell'intervento, nella valutazione delle aspettative funzionali, nel disegno di un percorso riabilitativo. Un chirurgo che conosce il fisioterapista opera diversamente. Un fisioterapista che capisce la logica chirurgica riabilita meglio.

Pensate al nutrizionista e all'oncologo. Sappiamo oggi quanto la nutrizione influenza in modo significativo la risposta ai trattamenti, la tolleranza alla chemioterapia, la qualità della vita durante e dopo la malattia. Per troppo tempo la nutrizione clinica è stata trattata come un servizio accessorio. Noi vogliamo che sia parte del ragionamento diagnostico e terapeutico.

Pensate all'ingegnere che progetta un esoscheletro robotico per la riabilitazione motoria. Il suo lavoro è straordinario — ma diventa davvero utile solo quando entra in conversazione con il fisioterapista che lo userà, con il neurologo che conosce il paziente, con il nutrizionista che sa in che condizioni fisiche si trova.

E pensate, infine, alla ricerca. Quando un laboratorio di bioingegneria e un reparto clinico lavorano fianco a fianco — come in questo Campus, che è unico organismo pensante — i tempi tra la scoperta e l'applicazione si accorciano. Le domande diventano più precise e le risposte più utili, perché nascono dall'incontro tra chi osserva il dato e chi osserva il paziente.

Questo è il privilegio e la responsabilità di stare in un luogo come il Campus Biomedico. Essere parte di un ecosistema, dove ogni elemento cresce fortificando tutti gli altri.

E in questo stesso spirito si inscrive anche l'istituzione del percorso di laurea in Logopedia.

Perché la logopedia non è soltanto la scienza della parola. È, prima ancora, la convinzione che la parola sia uno dei doni più alti e più fragili dell'essere umano, è la capacità di dire «io sono qui», di raccontarsi, di chiedere, di rispondere, di amarsi.

I nostri studenti di logopedia impareranno non solo come si legge uno spettrogramma o si imposta un piano riabilitativo. Impareranno a capire cosa significa per una persona non riuscire a esprimersi. Impareranno ad ascoltare il silenzio di chi vorrebbe parlare.

Ma non ci siamo fermati qui: la formazione integrale che inseguiamo richiede interlocutori all'altezza — istituzioni che condividano la stessa visione, lo stesso impegno.

Ed è per questo che abbiamo chiesto al Past Rector della Pontificia Università della Santa Croce, Professor Don Luis Romera, di arricchire i nostri syllabus con il sapere e le esperienze delle scienze umane. Non è una collaborazione di facciata, né un accordo protocollare: è un incontro autentico tra due istituzioni che guardano nella stessa direzione.

La Santa Croce è un’Università che ha fatto della formazione integrale della persona la propria ragione fondativa. Filosofia, etica, antropologia e teologia non sono ornamenti da aggiungere a un curriculum già pieno, ma una spina dorsale attorno a cui tutto il resto acquista senso e direzione.

Insieme dobbiamo scommettere su studenti che non siano soltanto competenti, ma orientati. Che sappiano non solo cosa fare, ma perché farlo. E per chi farlo.

Prossimità

E qui vi chiedo un momento di attenzione diversa. Più raccolta.

Quando ero molto giovane, ho vissuto in una famiglia eccezionale. Mio fratello aveva una patologia cardiaca: non poteva fare tante delle cose che facevamo noi - correre, giocare senza limiti, dimenticarsi del proprio corpo. E mia madre mi chiese, quasi mi impose, di affiancarlo sempre. Lei stessa si dedicò a lui con una dedizione totale, quasi annullandosi in quell'opera di amore e di accompagnamento quotidiano.

Quando mio fratello ci lasciò troppo presto, mia madre si accorse di aver trascurato per troppo tempo se stessa e la propria salute. E nel giro di una stagione se ne andò anche lei, falciata da uno di quei mali silenziosi e asintomatici come certi tumori al colon. E di lì a poco se ne andò anche papà.

Non ho mai raccontato questa storia in pubblico. L'ho custodita, perché farlo avrebbe potuto sembrare cedere a una retorica pietista - e non è questo che voglio. Ve la consegno oggi soltanto per le riflessioni che può offrirci.

Non sarei la persona - non sarei il padre, non sarei il medico - che sono, se non fossi stato, in qualche modo, il primo medico di mio fratello. Se quella prossimità non mi avesse formato prima di qualunque aula, manuale o specializzazione.

E allora, per tornare ai nostri valori fondativi: ricordiamoci sempre che ogni paziente che incontreremo è nostro fratello, nostra sorella: nella cura, nell'incoraggiamento, nell'amore che mettiamo ogni giorno per loro.

C'è poi un secondo insegnamento che questa storia porta con sé, e riguarda il tempo: non la quantità, ma la qualità.

I miei familiari mi hanno lasciato presto, forse troppo presto.

Eppure ho solo ricordi meravigliosi: ricordi forti, vivi.

Vedete: durante la vostra vita di studio e, ancor più, nella vita professionale, spesso avrete l’impressione di vivere con i minuti contati, senza tempo per la cura di voi, per i vostri affetti, per la famiglia. Eppure, se guardiamo con onestà alle ore che sprechiamo in distrazioni e superficialità, capiamo che il problema non è che «abbiamo poco tempo», ma che «ne perdiamo molto». Seneca lo dice nel suo trattato Sulla brevità della vita.

E allora vi chiedo - come Rettore, di dare qualità al tempo che trascorrete qui: umanità, profondità. Non lasciate che gli anni di questa Università scivolino via, come un corridoio da attraversare in fretta. Questa non è una sala d'aspetto: è già vita. Ogni conversazione con un professore, ogni notte

sui libri con un collega, ogni paziente incontrato per la prima volta con le mani che tremano un poco - tutto questo vi sta già dicendo chi sarete.

Il tempo che condividiamo ha un peso specifico: dipende da noi decidere se riempirlo o lasciarlo vuoto. E io sono convinto che voi siate qui perché avete scelto di riempirlo.

Selezione

Noi, qui al Campus, siamo pochi: pochi professori - non arriviamo a duecento - e pochi studenti, intorno ai quattromila. Altri Atenei vantano popolazioni capaci di riempire uno stadio intero. Noi siamo una curva: piccola, compatta, riconoscibile.

Molti giorni mi accorgo che possiamo guardarci tutti in faccia: conosco i volti di molti, e di quasi tutti ricordo un nome, una conversazione, una richiesta.

E allora, sì: selezioniamo. Ma la selezione è reciproca: gli studenti scelgono noi, e noi scegliamo loro.

Non è un percorso «ad excludendum»: è un riconoscersi e uno scegliersi.

Insomma, chi venisse qui soltanto per studiare, fare esami, laurearsi, specializzarsi e cercare lavoro — probabilmente non si troverebbe bene. E sarebbe un peccato: per lui, e per noi.

Quello che cerchiamo — con cura, con pazienza, con un processo di accompagnamento che continua negli anni — sono quelle giovani persone che hanno una luce in più. Una scintilla negli occhi. Quelle che vogliono non solo acquisire un curriculum, ma avere un impatto reale, positivo, duraturo nella società.

Il nostro giovane specializzando non considera il paziente un banco di prova su cui testare un protocollo terapeutico. Non considera i familiari del paziente un'appendice fastidiosa da gestire. Li ascolta. Li affianca nel momento in cui sono più vulnerabili, più spaventati, più bisognosi di una presenza umana autentica.

Questo è il professionista che vogliamo formare: non solo il più bravo e preparato, ma il più completo come essere umano.

Internazionalizzazione

E anche qui facciamo una precisazione. Di internazionalizzazione oggi parlano tutti: amministrazioni pubbliche, imprese, Università.

Per noi non è solo una tecnica di scambio o di ospitalità. È soprattutto un modo di guardare il mondo.

È coltivare relazioni personali, durevoli e fortificanti nel tempo con ricercatori e professionisti che, al di là di latitudini, nazionalità e culture, condividono un idem sentire e una valorialità molto simile alla nostra.

È immaginare una comunità estesa, fatta di valori e progetti prima ancora che di tecniche e di saperi, che renda questo nostro pianeta più piccolo. Amo ripetere, quando incontro qualcuno che sento affine: «questo è un grande pianeta, è un piccolo mondo», se sappiamo guardarlo con gli occhi giusti.

Lo stile Campus, permettetemi di chiamarlo così, sta in poche parole: internazionalizzazione è un esercizio di consapevolezza - su noi stessi, prima ancora che sugli altri.

Non dobbiamo rendere questa comunità più grande come valore in sé e per sé: la dobbiamo rendere più intensa, vibrante, estesa, visionaria, resiliente, attiva nell’ascolto e nel dialogo.

Trasmissione

Chi viene dalla nostra tradizione di pensiero e di fede, ha letto tante pagine in cui si parla di semi che fruttificano se trovano il terreno giusto, di piccolissimi semi che generano alberi immensi.

Ecco: risponderei così a chi critica l’antichità e la lunga durata dell'Università.

La nostra forza è poter vivere scienza, ricerca e servizio nel qui e ora, sapendo però guardare lontano.

Ogni giorno piantiamo semi per chi verrà dopo di noi. Lo studente che alle tre di notte studia, non solo per l'esame di domani ma perché vuole capire davvero - sta piantando. Il sapere vero matura nel tempo, con sacrificio e lavoro paziente di tutti noi.

Gli antichi sapevano bene tutto questo: lo intuì il regista Ridley Scott, quando inserì questa frase in una scena del film Il Gladiatore che è rimasta memorabile: «Fratelli, ciò che facciamo in vita echeggia nell’eternità».

Questo è il tempo lungo della trasmissione. Questo è il tempo che il Campus Biomedico vuole insegnarvi a abitare.

E lo dico con la gratitudine immensa che provo verso chi mi ha condotto negli studi, verso la laurea, verso la professione, e che oggi è seduto qui tra voi, tra noi, il Professor Vincenzo Denaro.

Stiamo inoltre lavorando con convinzione per rafforzare la nostra offerta di Master post-laurea e di programmi Executive per professionisti. Perché il professionista che ha già dieci anni di esperienza sul campo ha bisogno di tornare qui — non per ricominciare da capo, ma per aggiornarsi, per approfondire, per rimettere a fuoco.

L'apprendimento non può essere un evento della giovinezza: deve essere una pratica permanente, un'abitudine della mente e della coscienza professionale.

L’apprendimento continuo non è uno slogan. È una responsabilità etica verso verso la ricerca, verso la società.

Ma c'è qualcosa di ancora più bello che vogliamo costruire: una comunità degli Alumni viva, attiva, generativa. Chi è passato da questo campus porta con sé qualcosa che non si cancella - una forma mentis, un modo di stare nel lavoro e nel mondo, un insieme di valori condivisi. Vogliamo che questi uomini e queste donne tornino, si incontrino, collaborino, portino la loro esperienza a chi è ancora in formazione e ricevano a loro volta nuova linfa da chi sta aprendo strade nuove.

Conclusioni

Concludendo, ribadisco - a scanso di equivoci - il messaggio: oggi c’è bisogno di più Università, non di meno.

C’è bisogno di più centri di eccellenza, dove il mondo del lavoro, quello della ricerca e quello della didattica si incontrino insieme.

Servizio
Multidisciplinarità
Prossimità
Selezione
Internazionalizzazione
Trasmissione

Ecco le nostre parole chiave. Ecco la nostra bussola.

Ma permettetemi di aggiungere una cosa.

Noi siamo uomini e donne di servizio. E il servizio non vive nel pensiero — vive nell'azione.

Non ci basta il sapere: da solo è un tesoro chiuso in una stanza senza finestre. Ci interessa il far sapere - condividere, trasmettere, accendere negli altri la stessa curiosità e la stessa passione.

E ci interessa, soprattutto, il saper fare. Mettere le mani. Alzarsi la mattina e fare, con coraggio e determinazione, quello che i propri valori dettano di fare — anche quando è faticoso, anche quando è scomodo, anche quando nessuno sta guardando.

Il lavoro, per noi, non è semplicemente una funzione sociale o una fonte di reddito. È una forma di santificazione della vita. È il modo in cui l'uomo e la donna — dotati di intelligenza, di coscienza, di fede — trasformano il mondo invece di subirlo. È il modo in cui si pianta il germoglio, ogni giorno, per i giorni che verranno.

Questo è ciò che siamo. Questo è ciò che vogliamo continuare a essere, insieme — professori, studenti, ricercatori, personale, famiglie — in questo piccolo, straordinario Campus che si affaccia sul mondo con la consapevolezza di chi sa di avere qualcosa di prezioso da custodire e da donare.

Spero di avere almeno in parte risposto alla domanda: «Cosa ci sta a fare l’Università, nel tempo drammatico e frenetico di oggi?». Le Università non si sono fermate nelle piccole e grandi rivoluzioni, nel sorgere e declinare di imperi e nazioni, nelle guerre e nelle devastazioni. E se ancora siamo qui a parlarne, un motivo c’è.

Ma la vera domanda con cui voglio lasciarvi oggi, e qui parlo soprattutto alle ragazze e ragazzi che stanno cominciando questo viaggio, è questa: «Cosa ci faccio io, qui? Come posso prepararmi a ricevere conoscenze ed esperienze e, insieme, ead ascoltare, a crescere, a dare e soprattutto a servire? In servizio di chi? In servizio di cosa?»

Ragazze, ragazzi, ve lo prometto: non siete soli, e non sarete lasciati soli in questo cammino.

Ma la risposta vera dovrete trovarla dentro di voi e tra di voi.

Ricordate il «rimanete affamati, rimanete folli» del grande Steve Jobs con gli studenti di Stanford?

Io mi permetto di aggiungere una sola raccomandazione, con umiltà e fraternità: siate coraggiosi.

Abbiate il coraggio dei vostri studi, dei vostri sacrifici, della vostra tenacia, anche di fronte a chi vi chiede a cosa serve impegnare un decennio buono – tra laurea, specializzazioni, tirocini – per diventare un servitore vero dell’umanità.

Siate coraggiosi, davanti a chi vi dice che per guadagnare bastano pochi minuti e pochi like sui social media, perché voi pensate a un guadagno che non si misura così.

Siate coraggiosi, soprattutto, quando qualcuno vi chiederà di derogare, di abdicare, di mettere tra parentesi i vostri valori in nome della carriera facile, delle scorciatoie opportunistiche, delle mode passeggere, delle relazioni superficiali, del do-ut-des di cui purtroppo è fatta una buona parte del mondo di oggi.

Siate coraggiosi, perché il Campus è qui con voi, e per voi, per costruire insieme il futuro.

Con queste sincere - e davvero sentite - parole, che rivolgo a voi e alle vostre famiglie,

Dichiaro ufficialmente aperto l'anno accademico 2025-2026 dell'università Campus Bio-Medico di Roma.