di Francesco Unali

L'Europa ha approvato il primo strumento giuridico al mondo che pone le basi per un'ordinata regolamentazione, a livello continentale, dell'intelligenza artificiale. Per comprendere meglio la decisione dell'Unione abbiamo dialogato con il professor Giulio Iannello, Ordinario di sistemi di elaborazione delle informazioni e Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria dei Sistemi Intelligenti all'Università Campus Bio-Medico di Roma.

"Innanzitutto al centro dell'AI Act c'è l'accordo politico che i 27 paesi dell'Unione hanno trovato – esordisce Iannello – su cosa sono e come debbano essere regolamentati gli strumenti dell'intelligenza artificiale nella nostra vita". Un risultato importante che per trasformarsi in uno strumento giuridico applicabile chiederà ancora circa due anni di tempo. Già adesso queste linee guida permettono, a chi si approccia all'intelligenza artificiale, di muoversi secondo un'impostazione certa e rispettosa di diritti fondamentali, come quello alla privacy in tutte le sue forme.

L'Ai Act parte da un'impostazione legata ai divieti sulle attività ad alto rischio: "Si è scelto di classificare le applicazioni di AI in base ai livelli di rischio, rispetto ai diritti fondamentali – spiega Iannello – Si vuole dunque evitare che le potenzialità dell'AI possano invadere la sfera dei nostri diritti, affidando alle tecnologie responsabilità e compiti superiori al controllo che noi possiamo esercitare su di esse. Se le tecnologie rischiano quindi di diventare "troppo" importanti nelle nostre vite, è importante mantenere le nostre società centrate sulle persone e non sulle macchine. Da un lato è necessario aiutare le persone a saper utilizzare bene le tecnologie, anche le più recenti, dall'altro bisogna saper aspettare che certe tecnologie siano mature prima di poterle utilizzare su larga scala".

Affinché la tecnologia continui a liberare le nostre vite non possiamo più solo affidarci ad esse, ma conoscerle profondamente, saperle usare, vigilare sul loro funzionamento e la loro efficacia reale. "Credo che oggi la maggior parte delle perso ne abbia bisogno di formazione ad hoc per colmare quel gap di risorse necessarie per gestire correttamente queste nuove tecnologie – conclude – Una formazione che sia legata non solo alle tecnologie ma anche formazione umana per tornare a comprendere cosa è importante per l'essere umano e cosa non lo è. Solo allora potremo convivere serenamente con le potenzialità dell'intelligenza artificiale".

Pubblicato su "Lettere dal Campus", n.1 giugno 2024